Vera Mercer

 

Vera Mercer (Berlino 1936) è figlia di Franz Mertz noto e stimato coreografo teatrale tedesco che lavorò in Germania negli anni precedenti allo scempio portato dal nazionalsocialismo.

Diplomatasi in danza classica, per qualche anno condivise con il padre la creatività del mondo teatrale, sposandosi, in seguito, con l’allora assistente di regia (come lei stessa desidera ricordare nelle sua biografia), un giovane rumeno-svizzero di nome Daniel Spoerri.

 

Era la fine degli anni cinquanta, Daniel Spoerri e l’amico Emmet Williams si occupavano della creazione e pubblicazione della rivista letteraria di poesia concreta Material.

Scelsero di trasferirsi a Parigi stringendo una forte e duratura amicizia con molti artisti partecipi al movimento ispirato al pensiero del critico-filosofo d´arte Pierre Restany e nominato da lui stesso come Nuovo Realismo.

Ricordiamo tra questi artisti i nomi di Jean Tinguely, Yves Klein, Niki de Saint Phalle, Eva Aeppli, Cèsar, Christo, Mimmo Rotella, Jacques Villeglé e lo stesso Daniel Spoerri.

 

Da questo momento l’attività di Vera Mercer legata al ritratto fotografico si intensifica notevolmente iniziando la collaborazione con redazioni scandinave e con la rivista Theater Heute che la portano a realizzare importanti servizi fotografici dedicati a scrittori come Samuel Beckett, Norman Mailer, Eugène Ionesco, il regista Satyajit Ray e artisti visuali come Andy Warhol, Marcel Duchamp, Salvador Dalì e molti ancora.

Nel 1984 ha pubblicato un libro con fotografie delle opere di Eva Aeppli, prima e dopo la presentazione alla Biennale di Venezia del 1978, realizzando anche un video documentario sulla collezione di opere conservate a Omaha (Nebraska, Stati Uniti).

Lo stesso video è stato successivamente presentato durante la grande mostra retrospettiva dedicata a Eva Aeppli, presso il Museo Jean Tinguely di Basilea nel 2006.

 

Come ha scritto lo stesso Daniel Spoerri, nella presentazione del catalogo della mostra di Vera Mercer organizzata a Hadersdorf am Kamp in Austria nel settembre 2011:

«Queste tue immagini, barocche nature morte, sono forse i semi di allora che ora sono rinati.

«Certamente non possiamo dire che si tratti di un fiorire o crescere, sono vere Nature Morte con lo sfiorire ed il passare del tempo ma presenti in rare visioni di splendore e ricchezza, le quali confermano la verità che ogni morire è un passaggio, una mutazione ed un nuovo inizio.

«È forse anche veramente il fascino di quelle esperienze, quando con la tua Fotocamera Yaschica, cinquanta anni fa, seguivi i ritmi, la vita nel ventre di Parigi, ai magazzini Les Halles.

«Queste montagne di teste di manzi, di maiali, frattaglie di mercato, i quali circondavano, te, Jean Tinguely e me durante le nostre visite notturne a Les Halles e tutto questo con la fotografia in Bianco e Nero, le immagini a colori allora erano poche e molto costose.

«Come detto forse i semi da questa indescrivibile pienezza di alimenti, che notte dopo notte nel centro di Parigi erano montagne accatastate di carni, frutti e verdure...»

 

In questi anni di incontri e amicizia con Vera Mercer, passo dopo passo Fulvio De Pellegrin è venuto a conoscenza della sua innata curiosità per ciò che la circonda e la sua tenacia nel seguire i propri pensieri, carattere di una anima artistica libera, desiderosa di scoprire e ammirare la vita in ogni sua presenza.

«Mi sono permesso di porre il titolo Silenzi di Luce a questa mostra a Trento proprio per le sensazioni che le sue immagini sanno offrire e la capacità di fissare con l’ applicazione fotografica questi fotogrammi di luce che emanano a mio giudizio una tranquillità, una profondità meditativa nel non movimento.»

Questa sensibile prerogativa, traspira sia nei suoi ritratti, formidabili e sensibili spiragli di luce e distanze focali fino alle Nature Morte di più recente concezione.

 

Mercer non carica la composizione con un proprio e conscio contenuto simbolico, particolare possibile che riscontriamo in parte della storia dell’arte e legato alle varie scuole pittoriche in questa tipologia della natura, lei agisce di puro e animato istinto a godere della presenza di ciascuna forma, texture e delle caducità e trasformazioni naturali, a volte accade che una composizione rimanga nel suo studio per giorni quindi mutandosi nell’evolversi offrendosi per altri possibili fotogrammi.

«È in questo inconscio e posizionamento dei soggetti che a mio vedere ritrovo una attinenza al mondo teatrale, alle sue esperienze giovanili, alle miniature scenografiche e al disporsi sulla scena come l’apparire e il resistere in luce degli attori coinvolti nella scena, chiamati così ad apparire ma tutti in un silenzioso e variopinto racconto.»

 

Inoltre Vera Mercer utilizza nella sua regia la distribuzione di vari piani focali e a volte il ripetersi di elementi iper dimensionali estrapolati da precedenti sue fotografie, creando così interessanti variabili vicinanze e semi-trasparenze visive.

Se pensiamo che alcune sue stampe raggiungono i tre metri di lunghezza e i due di altezza con un optimum di qualità su carte Hahnemühle.

 

fonte di Massimo Parolini

 

 

Vera Mercer

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